Remo Santini su Francesco Zavattari


Così Remo Santini, Caposervizio de 'La Nazione' per Lucca

Doverosa premessa. Non sono un critico d'arte. Ma i miei occhi divorano tutto quello che di interessante si può percepire da un'immagine. E mi soffermo sempre volentieri sulle opere di Francesco Zavattari, perché quello che ne scaturisce, in fondo, fa parte dell'inconscio di tutti. Risveglia quel fanciullino che è in noi, accende la fantasia inespressa, quella che un non artista avrebbe difficoltà ad esprimere nel disegno e nelle parole. Un universo instabile, forse. Che pero' ha mille certezze: la voglia di  liberarsi da un passato spesso soffocante, i piedi ben piantati nei mille problemi del presente, la sana voglia di progettare qualcosa di entusiasmante per il futuro. Eh sì, osare, osare e ancora osare. Perché il sogno è l'antidoto migliore contro ogni malessere. Chi non vorrebbe ad esempio volare e sfiorare le stelle? O ancora riuscire a raggiungere l'irraggiungibile? O iniziare un viaggio senza sapere quale è la meta? O arrivare a sperare che un disco volante arrivi e ci porti via? Zavattari ci fa credere, anche solo per i pochi istanti in cui i nostri sguardi si incrociano con la sua opera, che tutto è questo è possibile. Una consolazione, o meglio la speranza che prima o poi qualcosa che sconvolga in positivo le nostre vite, possa avvenire. Il suo guardare il mondo con gli occhi di un bambino cresciuto, che mescola linee e colori quasi come fosse il suo gioco preferito, pur nella confusa ricchezza dei simboli utilizzati, infonde un'insolita fiducia. E nell'astratto di alcune figure, riescono a muoversi le sensazioni di una vita, il disincanto del volerci essere a tutti i costi, il sapore della sfida per un mondo migliore. Insomma Zavattari, da uomo eclettico quale è, riesce ancora una volta a centrare il suo obiettivo. C'è sempre una luce, dopo il buio. Quella luce che ci guida nel folle e incerto percorso della nostra vita.