Sandro Lombardi su Francesco Zavattari


Così Sandro Lombardi, attore e scrittore, cinque volte Premio Ubu come miglior attore italiano 

Il primo nome che viene in mente è quello di Chagall. No, mi correggo: non viene in mente alcun nome: vengono in mente immagini archetipiche, stratificate nel nostro inconscio: dai graffiti preistorici nelle grotte sparse per il globo, colme di ansietà esistenziale legata ai bisogni primari della fame e della sessualità, entrambe sentite ancor prima che bisogni di sopravvivenza individuale, come necessità di salvaguardia della specie, fino alle immagini di alcuni grandi pittori del secolo scorso, parimenti pervase di bisogni primari della psiche: Chagall, appunto, con quel suo impareggiabile sguardo che trasfigura l’aspetto, le proporzioni, gli assetti, i colori delle cose – e che tanto ha influenzato il meglio della Transavanguardia, da Cucchi a Clemente al primo Chia.
Con Chagall (e con il primo Kandinsky), Zavattari ha in comune la libertà dell’elemento ludico che non teme i mostri del profondo, perché li sa neutralizzare raffigurandoli in forme apparentemente infantili e invece intrise di una saggezza che stupisce alla sua giovane età. 
Naturalmente, come Chagall dipingeva le sue creature abbigliate al modo degli ebrei dell’Europa orientale del suo tempo, così Francesco raffigura l’uomo così come oggi appare, in jeans e scarpe da tennis, ma questo nulla toglie al fatto che quest’uomo appare indagato più nella sua interiorità – spesso ripiegata su di sé, affranta, ferita – che non nel suo momentaneo, provvisorio, destinato a divenire presto demodé, apparire come i ragazzi che si incontrano per strada.
Ma le opere per me più interessanti sono quelle in cui si affolla, solo a prima vista indistinto, il caos dell’esistenza, che a uno sguardo più attento trova invece un suo ordine: l’ordine della poesia, dello sguardo che vede al di là dell’apparenza delle cose. Chitarre, aeroplani, razzi interstellari, convivono con fiori stranamente antropomorfi, con fulmini e demoni, con bambini a testa in giù. E poi case semplificate e ridotte a un muro bianco, una porta rossa e un colossale comignolo, sovrastate e come protette da un enorme cuore rosso pulsante. La scelta del colore appare volutamente ispirata ai disegni dei bambini e della dimensione infantile Zavattari conserva lo stupore nei confronti del mondo, degli oggetti, degli animali, delle creature tutte. Non manca un Crocifisso che, nella sua apparente irriverenza, è l’immagine che forse mi tocca di più, perché non è solo pittura ma anche parola, verbo, preghiera, speranza.

Read the English version translated by Eleanor Pieruccini