La realtà del simbolo: Francesco Zavattari


Di Carlo Maria Nardiello, giornalista e critico
Tratto dal numero 71 della rivista 'InArte Multiversi'
Gennaio 2015 - Articolo di copertina

“La mia opera è quanto di più riconducibile al mio unico e sensibile essere”, dice Francesco Zavattari. E infatti l’originalità dell’artista di Lucca si coglie tanto nelle sperimentali tecniche performative, quanto nelle simbologie, refrattarie ad un’immediata decodifica. 
L’autore, muovendo dalla trasversalità delle proprie attitudini, che spaziano dalla grafica pubblicitaria al design, attua nelle proprie tele un’operazione di filtraggio meticolosamente elaborata. Sin dai primi lavori pittorici (2000) si impone una solidità di struttura in grado di “mimare” le intime esigenze artistiche dell’autore. 
Con la serie intitolata Indagine sull’ombra (2012) Zavattari rende comprensibile la interiorizzazione che induce l’elemento di osservazione verso picchi di suggestione travalicanti la realtà. Le originali tele della serie costituiscono una vera e propria elegia della imponderabilità dell’esistenza moderna: il lirismo dell’artista si coglie meglio là dove fioriscono figure emblematiche, che vorticosamente invadono la superficie pittorica. In Canti d’innocenza, con riferimento a William Blake, lo spettatore assiste all’estrinsecazione dell’io tramite un primitivismo formale pregno di riferimenti alla memoria personale, in un’esplosione fanciullesca intesa come anelito al recupero della propria essenza, confusa e mischiata da simboli caotici e opposti. 
In Universo instabile (2014) Francesco Zavattari definisce i dettami di una poetica disinteressata all’intellettualismo: l’immediatezza dell’esecuzione restituisce la purezza, l’essenzialità, la stilizzazione della realtà. Lontana eco di una certa Art brut novecentesca, l’universo di Zavattari si popola di linee, colori e forme che si fanno parole frammentate di un dialogo autore-spettatore disconnesso, parcellizzato. Il frammentismo delle tele fotografa gli attimi di una modernità liquida “quando tutto freme”: in tal modo sul segno gravano contemporaneamente il significato e il significante. Particolarmente significativa appare la locandina scelta per presentare l’intera serie, una foto di Paolo Cerri, nella quale l’elemento rivelatore e rilevatore è l’artista stesso. Per risplendere il ritratto deve “bruciare” insieme con l’effimera armatura da guerriero contemporaneo, munito di Rolex al polso e con tela impugnata a mo’ di scudo, bandiera della sua fede pittorica. L’arte che uccide l’artefice si accompagna qui ad un gusto da esibizionista-voyeurista, in una visione d’insieme inquieta e instabile, pur nella minuziosa cura del dettaglio.  
Il repertorio iconografico dell’artista manifesta espressioni intime che hanno senso solo se penetrate nella causa embrionale e affettiva, covata nell’inconscio, quasi fossero trascrizioni sul piano del sogno.
Al frenetico volteggio allegorico si accompagna una sapienza gestuale che induce l’artista a confrontarsi continuamente con se stesso. Dopo il successo delle live painting performance, il destrorso artista si misura oggi con l’ultimo, ambizioso progetto Ambidexter, nel quale il giocoliere della tela ricorre ad entrambe le mani nell’atto di exprimere la propria idea di arte, con conseguente riduzione di distanze tra spazio e tempo. “Il pittore non dipinge ciò che vede, ma ciò che si vedrà”, scriveva Paul Valéry: medesima proiezione verso il futuro si riscontra nei piani personali e artistici di Francesco Zavattari.